TERZA SERATA SANREMO 2015: Finalmente si ride con Luca & Paolo. E si canta con gli Spandau PDF Imprimir E-mail

Sanremo e tre: nella serata in cui, come da recente tradizione, i big si cimentano nelle cover, l’attenzione è in realtà rivolta ai comici. Sul banco d’accusa quest’anno: perché politically scorrect (Siani e il bambino sovrappeso è ormai una delle istantanee di questo Festival 2015) o semplicemente perché non fanno ridere ( il gelo di Pintus, mercoledì). Per ribaltare la tendenza, scendono in campo due pezzi da novanta, Luca & Paolo che già destarono scalpore qualche anno fa ( il “ti sputtanerò” dedicato a Gianfranco Fini).

 

Ma la gara deve iniziare: come un treno, ancor più veloce delle altre due, Carlo Conti da il via. Anche stasera il prologo è affidato ai giovani: in una sfida tutta meridionale lo scanzonato siciliano Giovani Caccamo affronta un’altra figlia di Malika (fa scuola quest’anno) la pugliese Serena Brancale, molto brava peraltro. La cruda moda del talent prevede anche all’Ariston i match one-to-one: e passa il primo. Ma, come ieri sera la nu-souleggiante Chanty, anche lei si farà. A seguire, ha personalità la toscana Amara, con quell’aria un po’ tra l’hipsterico (per dirla col linguaggio dei giovani) e l’hippy. Contro, la giovanissima Rakele, con la k, così, come piace ai giovanissimi in questo caso, lei un po’ acerba al contrario. Vince la prima, anche se il sempre impeccabile Conti in questo caso s’impapera e inverte i nomi. Un altro giovanotto, fuori gara, Federico Paciotti cerca di declinare classica e rock, mah, forse un po’ superfluo.

 

Ed eccoci ai big, la contesa è a gruppi di quattro: spiace parlar male di un grande interprete, ma Raf conferma , se non peggiora, le brutte sensazioni del debutto. Non ha più voce e deve trasformare l’altissima «Rose Rosse» in un pezzo hip-hop per arrivare al termine. Giunge la prima «valletta» di serata, Emma scolaretta tutta d’oro e lancia Irene Grandi che esegue pulita Patty Pravo: la toscana è solida, al solito. Giunge anche Arisa smentendo le voci di un forfait per un problema al ginocchio: cerca di scalare l’Everest Moreno, con il capolavoro immortale celentanesco «Una carezza in un pugno». Non precipita proprio perché non pretende di rifarla uguale: si salva grazie al rocksteady e infatti vince il suo gruppo. Non Anna Tatangelo che però conferma l’impressione di sempre: come interprete è perfetta, pure con l’impegnativa «Dio come ti amo» di Domenico Modugno. Chiuso il primo lotto di big, si vola in orbita, con Samantha Cristoforetti che saluta dalla stazione spaziale. 

 

Gruppo due: Mandelli e Biggio, i Soliti Idioti, insistono. Dopo aver fatto loro il verso ieri, stasera portano addirittura una cover di Cochi e Renato. Ma i due grandi sono incoverizzabili perché ti raccontano una stagione e una città, la Milano degli anni’70. E non c’è verso di poterla restituire quell’atmosfera, con i due di oggi. Amen. Chiara si arrischia meno e «Il volto della vita» di Caterina Caselli le riesce bene. Così e così, Nesli, il fratello di Fabri Fibra, fasciato come Dave Gahan dei Depeche Mode con «Mare Mare» di Luca Carboni. Decisamente il migliore di tutti, anche dei quattro di prima, Nek: vale il discorso della Tatangelo. Se l’inedita non sembra rimanere in testa, questa versione di una canzone difficilissima come «Se telefonando», è semplicemente perfetta. Vince per distacco. 

 

E perfetto è il primo intervento di Luca & Paolo: finalmente si ride all’Ariston. In dieci secondi i due seppelliscono dieci anni e più di tormentoni alla Zelig e/o Colorado, di sketch mandati malamente a memoria, infantili e al contempo vetusti (guarda caso tutti gli ingredienti del fatale intervento di Pintus di iersera ). Con il coraggio, nel Paese in cui tutti si toccano ad ogni amen, di ironizzare sulla celebrazione mediatica dei «morti celebri». E poi improvvisando, come si deve, prendendo di mira il conduttore sulla sua toscanità per sparare sul primo ministro «metti un cazzaro fiorentino a dire cazzate in televisione». E non risparmiando vallette e direttore generale Rai. Bravi, tutti a lezione. 

 

Sollevati e riconciliati con uno degli elementi fondamentali per la riuscita di un Festival, il coté comico, la gara può riprendere. I Dear Jack eseguono, bene, la sempre bellissima «Io che amo solo te» di Endrigo ( e infatti passeranno il turno). E una delle coppie più riuscite di questo Sanremo, Di Michele-Coruzzi (che ritorna Platinette) si cimentano in una divertente, quasi salsera, «Alghero» della fu bravissima Giuni Russo. Atzei osa l’inosabile: «Ciao Amore ciao». Ci mette una buona dose d’intensità, troppa forse, e diventa eccessivamente barocca. Nemmeno Alex Britti entusiasma troppo con «Io mi fermo qui» dei Dik Dik. E poi arriva il secondo comico di serata: cioé non è un comico, ma Massimo Ferrero, presidente d’altri tempi della Sampdoria. Che duetta col conduttore («Già me cacci?») , con tempi comici sicuramente migliori di chi lo fa di professione. 

 

Ed ecco i «superospiti» di serata, forse i primi di tutto il Festival, perché un tempo l’espressione qualificava i big stranieri: tornano all’Ariston gli Spandau Ballet, di fatto una «fissa» di Conti che non riuscì a intervistarli in gioventù. Ha fatto bene il toscano, Tony Hadley e gli altri sciorinano senza sbavature, solo un po’ più rotondi, , «Gold» e «Through the Barricades», colonna sonora di gioventù di tanti coetanei, ma soprattutto coetanee del presentatore. È il turno del terzo gruppo: l’ultimo figlio dei talent, Lorenzo Fragola, fresco vincitore di XFacgtor si trova sicuramente più a suo agio, come da trasmissione, con le cover, vedi «Una città per cantare» di Ron. Vittoria Puccini omaggia la Fallaci e Arisa fa ridere tutti con equivoci farmacologici («questo anestetico dovreste provarlo tutti») . Annalisa può finalmente librare la sua gran voce, spesso ingabbiata in canzoni non cucite sulle sue misure (com’è il caso, purtroppo, di quest’anno), con la peraltro non semplice «Ti sento» che qui cantò Antonella Ruggiero tanti anni fa. Voce importante anche quella di Lara Fabian, l’oriunda in gara, meglio pure lei qui con la Vanoni («Sto male») che in gara. 

 

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