D’Alema: al bar e in pescheria, la missione (in Salento) verso il voto: «Mi fido solo dell’affetto» PDF Imprimir E-mail
In piedi accanto al bancone (vuoto) del pesce, con i cartelli che propongono dentici e astici, vongole e cozze, Massimo D’Alema offre a clienti e amici stretti nel bar-pescheria di Martignano un’immagine antica quanto inedita. «Ho militato nel Pci, ho diretto l’Unità, mi è pesato lasciare il Pd e non rinnego nulla — riavvolge il nastro l’ex premier — La prima volta che sono stato eletto in questo collegio era il 1987. E chiunque di voi mi abbia telefonato, sa che ho sempre risposto a tutti. Mi sono messo al servizio e adesso sono io che chiedo aiuto a voi». Per un politico abituato a declinare la parola «io», chiedere aiuto non è un passaggio banale. Ma per dimostrare a colpi di voti che nel suo Salento (e non solo) è ancora il D’Alema di sempre, il fondatore di Liberi e uguali batte sul tasto dell’umiltà: «Da Lecce a Leuca sarò il vostro compagno di strada, senza paracadute in altre regioni. L’unica cosa di cui mi fido è l’affetto delle persone». A omaggiare «il presidente» in questo paese di 1.700 anime della Grecia salentina sono venuti in tanti. «Tutti quelli che hanno il potere di muovere consensi con il passaparola», sottolinea il candidato e spiega la strategia di una campagna senza truppe: «Vado casa per casa ritrovando vecchi affetti, bevo caffè con due o tre persone, faccio qualche assemblea», racconta mostrando le foto di sale piene a Leuca e Uggiano La Chiesa. «Ho contro un esercito di persone e recuperare 32 punti è un’impresa impossibile. Ma il 5 marzo conterò i voti con la coscienza tranquilla».

 


«Non demonizzo gli M5S»


C’è il maestro di scuola, il professore di matematica già primo cittadino ai tempi della Dc imperante, ci sono i sindaci di Caprarica e Calimera. E il signore col maglione rosso, felice di ritrovare «Massimo» in gran forma. «Faccio un sacco di chilometri, senza partito e senza struttura — spiega con un pizzico di vanità — Ditelo a quelli che mi accusano di voler commissariare Pietro Grasso... Non ne avrei il tempo. Il presidente del Senato non è mediatico? Forse, ma ha la stima della gente». Luigino Sergio lo presenta come «uno dei pochi statisti che abbiamo» e domanda se possa davvero essere lui, D’Alema, la causa di tutti i problemi del mondo. «Magari!», allarga le braccia il presidente di Italianieuropei. Ma quando il sindaco Luciano Aprile lo rimprovera di aver lasciato il Pd («La cucuzza si cuoce nell’acqua sua»), D’Alema graffia: «Dovevo aspettare perché Renzi si sarebbe sgonfiato? Non potevamo aspettare, ma Renzi si sgonfierà». Tra i presenti, che qualcuno chiama «nuclei di collegamento tra Leu e Pd», il dem in sofferenza che guarda ai discepoli di Grillo sfida l’ospite d’onore: «Posso darti del tu? Vorrei capire perché demonizzi i Cinquestelle». La risposta di D’Alema è lunga, ma in sostanza breve: «Non li demonizzo. Ma questo Paese non può affidarsi all’improvvisazione totale». Il congedo è un appello ai delusi del Pd: «Se volete cambiarlo, votate per noi. Nel segreto della cabina non c’è disciplina di partito».

 

 


Nessuna ossessione


Caffé, dolcetti e avanti, tra le piazze di Calimera e Sogliano e gli ulivi che muoiono di xylella. «Sono alberi monumentali, ma anche posti di lavoro — accusa D’Alema — Fosse successo in Toscana, ne avrebbero fatto una questione nazionale». Colpa di Renzi? Non è lui a esserne ossessionato, assicura, ma il contrario: «Per capire chi sia veramente basta vedere come ha falcidiato le minoranze la notte dei lunghi coltelli». E ce n’è anche per Paolo Gentiloni. «Qualcuno di voi vede folle oceaniche pronte a votare per il governo?», dichiara entrando in visita alla Call&Call di Casarano, 600 lavoratori a tempo indeterminato «risparmiati dal Jobs Act». Una signora bionda gli va incontro al baretto aziendale: «Non ero di turno, sono venuta per lei... Se daremo una mano? Ma sì, certo che parleremo con la gente». E quando gli girano l’ennesimo attacco di Renzi, che lo accusa di favorire Salvini, D’Alema quasi perde la pazienza: «È una cosa volgare e stupida. Stiamo rendendo un servizio a un gruppo dirigente inconsapevole, che sta conducendo il centrosinistra a una sconfitta storica». Il fondatore del call center Umberto Costamagna gli passa il cellulare, è l’ex moglie che vuole salutarlo: «In bocca al lupo!». «Viva il lupo compagna Mariangela — fa scongiuri l’aspirante senatore — Quando si combatte, si combatte».

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