Elezioni 2018: Centrodestra, il derby che trasforma gli alleati nella «gioiosa macchina da guerra» PDF Imprimir E-mail

Il centrodestra sembra diventato una gioiosa macchina da guerra: non c’è giorno senza che i suoi leader annuncino di trovarsi «a un passo dalla vittoria» e non c’è giorno senza che si smentiscano, si distinguano e poi si azzuffino. Mancano ancora tre settimane alle elezioni è già si litiga sugli incarichi ministeriali e sui provvedimenti dei primi cento giorni di governo. Salvini farà il premier o farà il ministro dell’Interno? Si cambia o si cancella la «Fornero»? A forza di sgomitare si sta perdendo il ritmo, e infatti il «passo» che manca alla vittoria è diventato ieri un passo e mezzo.

L’ultimo rilevamento di Swg segnala che la coalizione ha perso oltre mezzo punto ed è scesa al 35,6%. Rimane in testa certo, e in fondo è solo una lieve flessione, che però diventa un problema per chi dice di puntare a «quota 40» ed ottenere così la maggioranza dei seggi in Parlamento. Un tempo Berlusconi — a fronte delle intemerate — sarebbe intervenuto per lenire, sopire, troncare. «Bisogna dare l’immagine di una coalizione unita», diceva per sedare le risse. Era la sua cifra e il suo mantra. Ora invece ribatte colpo su colpo alle sortite del «pirotecnico» Salvini per tenerlo dietro nei sondaggi, dove però deve registrare un leggero recupero dei leghisti (+ 0,2% al 13,1%) a danno dei forzisti (-0,2% al 15,7%). Insomma, più che darsi il cambio nella corsa, i due sono impegnati in un testa a testa che danneggia l’intero centrodestra e oscura Fitto e la Meloni: «So’ ragazzi...», ha commentato la leader di FdI, ripetendo una battuta con la quale il Cavaliere dileggiò in passato lei e Salvini.


La Russa, che conosce il gioco come gli altri, rivela il segreto di Pulcinella della campagna elettorale: «Oggi Berlusconi sostiene che c’è bisogno di un maggior numero di militari per le strade, ma quando presentai il provvedimento da ministro della Difesa, lui che era il premier era il più contrario di tutti: “Non è che spaventiamo i cittadini?”, mi diceva. Eppoi Salvini, che vorrebbe reintrodurre la leva obbligatoria sebbene non sia possibile... Dovrebbero saperlo che le promesse irrealizzabili spingono gli elettori verso l’astensione, invece continuano. Avanti così, Forza Italia e la Lega si assumerebbero la responsabilità di non aver fatto vincere il centrodestra». Accusa pesante, a futura memoria. Ma questo è il proporzionale, bellezza. E il derby tra alleati fa capire che la coalizione non esiste. O quantomeno non viene percepita. Se n’è reso conto ieri un dirigente azzurro, candidato in Lombardia, al quale un investitore estero ha chiesto: «Va bene, voi vincerete le elezioni. Ma non è che Berlusconi vuole comunque un accordo con Renzi?». Bella domanda, peccato manchi la risposta. In ogni caso mancano i numeri oggi per l’ipotetico disegno. E potrebbero pure mancare dei seggi al Cavaliere, se è vero che alcuni ras locali forzisti — trombati dalle liste — per ripicca stanno dirottando alla Lega i loro pacchetti di voti sul proporzionale: vengono segnalati movimenti di truppe nelle Marche, in Sicilia e nella circoscrizione Piemonte 2.

 


A un passo dalla vittoria la gioiosa macchina da guerra ha rallentato e se entro la sera del 4 marzo non riuscisse a compiere l’ultimo metro, il Cavaliere non avrebbe intenzione di ripetere subito la corsa: meglio la permanenza di Gentiloni a palazzo Chigi, «magari per fare una legge elettorale migliore», come se il Rosatellum non l’avesse votato anche Forza Italia. Il governatore Toti, che si adopera «per gli amici candidati nei collegi liguri», ha colto al volo l’idea di una riforma della riforma. Raccontano che — seduto all’Ariston di Sanremo a fianco di Salvini — abbia detto all’ospite: «Dovremmo batterci per il doppio turno alla francese». Un dito nell’occhio del Cavaliere e insieme l’impressione che «questa sia una campagna elettorale crepuscolare». Ma al centrodestra manca solo un passo per smentire i gufi. Anzi, per Berlusconi — intervistato ieri da la7 — la vittoria è già in tasca. Ai tempi del maggioritario non l’avrebbe mai detto.

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