

Le polemiche a volte pagano. «Voglio dedicare questa vittoria a mio figlio Libero che è a casa», dice Moro. Meta invece lo dedica alla sua casa discografica, la Mescal, «perché ha creduto in me quando nessun altro lo faceva». Tutto previsto dai bookmakers che avevano quotato come favorito il brano fin dalla vigilia.
Questo il resto della classifica: Ron, Ornella Vanoni con Bungaro e Pacifico, Max Gazzè, Luca Barbarossa, Diodato e Roy Paci, The Kolors, Giovanni Caccamo, Le Vibrazioni, Enzo Avitabile e Peppe Servillo, Renzo Rubino, Noemi, Red Canzian, Decibel, Nina Zilli, Roby Facchinetti e Riccardo Fogli, Mario Biondi, Elio e le storie tese.
Secondo posto per lo Stato Sociale. Arrivati a Sanremo quasi per scherzo. Hanno fatto ridere, ballare (e pensare) tutti. Il collettivo bolognese, nato nei centri sociali come fenomeno underground, diventato grande riempiendo palazzetti, diventano così (anche) un fenomeno di costume nazionale. A un anno di distanza dal gorilla di Gabbani, ecco Paddy Jones, la nonnina che balla (il termine è riduttivo) e scatena la platea dell’Ariston. Tre generazioni di persone che canticchiano un tormentone naturale, in stile Rino Gaetano, sui cliché dei lavoratori d’oggi. I ragazzi sanno far spettacolo e oltre alla vecchina snodabile sul palco dell’Ariston si sono giocati anche la carta dei bambini dello Zecchino d’Oro insieme a Paolo Rossi nella serata dei duetti. Per loro il Premio della Sala Stampa.




