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ARIANNA CASALE, ANDREA ROSADA E MARINA CASTROVILLARI. Terzo Articolo: Alessandro Antonelli

Fabio Botto
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Mole Antoneliana; um dos símbolos de Torino
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Mole Antoneliana; um dos símbolos de TorinoAlessandro Antonelli nacque il 14 luglio 1798 a Gemme, la sua popolarità è dovuta soprattutto alla Mole a Torino. Si formò nella grande tradizione delle accademie di architettura, inizio a Milano e continuò poi a Torino.

https://www.provincia.biella.it/

Nel 1828 vinse un concorso dell’Accademia Albertina e si recò a Roma dove approfondì gli studi di geometria descrittiva.

 

Fu professore all’Accademia Albertina dal 1836 al 1857 e svolse anche attività di deputato presso il Parlamento Subalpino. Lavorò molto nel torinese e nel novarese, dove si ricordano le sue opere principali.

 

Morì nel 1888 e venne sepolto nel cimitero di Maggiora, Piemonte.

https://www.provincia.biella.it/

La Mole

   

Nel 1863 Alessandro Antonelli riceve dalla comunità israelitica di Torino l’incarico di progettare la nuova sinagoga. In questa decisione c’era il desiderio della comunità di festeggiare la libertà acquisita nel 1848: non va trascurato che allora il Piemonte fu l’unico Stato europeo a riconoscere la libertà di culto e di associazione. E va ancora notato che con l’apertura della comunità israelitica verso l’esponente di un’altra religione – Antonelli era cattolico osservante – si riconoscevano le competenze tecniche professionali dell’architetto.

 

I suoi primi disegni per il nuovo tempio israelita contengono alcune proposte, rimaste costanti nel tempo nonostante le infinite varianti. Importante rimane poi l’interpretazione data alla posizione del lotto nel contesto della città; l’area destinata alla sinagoga era a un livello assai più basso rispetto al livello della via Po: la via di accesso alla Mole, via Montebello, risultava in forte discesa verso nord, da via Po verso corso San Maurizio. Attento alla situazione dei rapporti del nuovo edificio con gli immediati contorni urbani, Antonelli sopraelevava il livello del tempio, interponendo due sottopiani di base.

 

Rilevante in questi sottopiani era la trama delle strutture, costituite da una serie di volte a calotta sferica, estremamente schiacciate, poggianti su archi fortemente ribassati, sorretti da pilastri disposti agli incroci di un reticolo di base. In essi la maglia risulta rigorosamente quadrata, con fulcri portanti posti sui nodi delle maglie del reticolo.

 

Un altro assunto era di contenere il matroneo del vano superiore su di una galleria continua a pianta quadrata, disposta lungo tutto il perimetro dell’aula delle celebrazioni.

 

Antonelli presenta un progetto molto prudente, distinto però da alcune scelte originali: già si è detto della pianta della struttura a maglia, su questa si alzano ordini fitti di colonne, a sostegno di una grande cupola a padiglione, disposta sulla pianta quadrata della base. Al vertice della cupola è poi notevole la presenza di una lanterna, assai simile a quella delle cupole tradizionali, a partire da Santa Maria del Fiore a Firenze. Essa era però più ampia e più trasparente, destinata come era ad ospitare un faro che segnalasse a tutto il Piemonte l’acquisita libertà e il prestigio assunto dalla comunità israelitica della regione.

 

Aperto il cantiere, Antonelli inizia subito la serie di varianti in altezza: a Novara era giunto a compiere la guglia nel 1878, a conclusione di una battaglia che, fra sospensioni, varianti, riprese dei lavori, era durata ben 37 anni. Mentre la committenza novarese gli era stata estremamente vicina, fino al punto di comporre sempre ogni opposizione, per la Mole la committenza era a lui distante e soprattutto ligia ai patti conclusi. La comunità israelita veniva spesso ad accorgersi che ogni volta che Antonelli poneva mano al progetto, ne alterava i contorni, portando sempre più in alto l’imposta della cupola, alzandone sempre di più la monta, coronandone la sommità con lanterne sempre più esili, sempre più articolate su diversi livelli. Antonelli approfittava di ogni pur minima circostanza per rimettere in discussione quanto già approvato, per far passare una soluzione più ardita, ma non ancora così ardita come quella che avrebbe potuto essere intesa come definitiva.

 

L’atteggiamento di Antonelli è quello del ricercatore: nel settore edilizio egli si apre alle più ardite sperimentazioni che avrebbero sostanzialmente innovato tutta l’edilizia piemontese e quella italiana. Il settore ha una organizzazione ancora adatta ad accogliere, sia dal punto di vista dell’imprenditoria, sia dal punto di vista della committenza, attraverso contratti ancora estremamente flessibili. Antonelli quindi, da un lato approfitta al massimo delle innovazioni del secolo industriale, dei progressi realizzati dai produttori di laterizi, leganti, acciai, dall’altro lato non si sottopone ancora ai modi, ai vincoli del secolo industriale.

 

Del resto, per committenti e per architetti, il tema della costruzione di un edificio a cupola costituiva un riferimento emblematico e del tutto privilegiato: la simbologia del cerchio e della cupola aveva promosso quel tema, nel quadro dei riferimenti cosmici del secolo del progresso, attribuendoli un prestigio singolare, anche in senso laico. Cupole oramai se ne costruivano in tutto il mondo là dove si volesse innalzare una sala ai più alti significati rappresentativi. A questo simbolismo Antonelli aggiungeva altri intenti, anch’essi propri del secolo: la competizione – fra pochi tecnici privilegiati – nel costruire edifici della massima altezza possibile.

 

Era una competizione che nasceva dalla convinzione che il metodo sperimentale in edilizia non passasse tanto dalla resistenza limite dai diversi materiali da costruzione, ma da quella dei singoli aggregati costruttivi, di ogni nodo, di ogni legamento complesso. Antonelli non si accontentava quindi degli esiti finali dati dalle prove sui materiali, eseguite in laboratorio, ma insisteva nel voler mettere alla prova la resistenza dell’intera costruzione. Agendo sulla base delle risultanze, osservate dal vero, Antonelli ricavava l’incoraggiamento ad andare oltre, introducendo alcuni adattamenti.

 

L’architetto vedeva il cantiere della Mole come un laboratorio dove poter sperimentare nuovi elementi e metodi costruttivi, ma la comunità israelitica non era ben di sposta a seguirlo in queste innovazioni, così Antonelli nel 1869 cedette alla città di Torino il lotto e il cantiere incompleto. I lavori ripresero nel 1878, su decisione del Consiglio Comunale di dedicare al padre della patria, morto all’inizio dell’anno l’ex sinagoga. Antonelli realizzò altre varianti, sovrapponendo alla lanterna a due livelli, un timpano e una guglia, arrivando fino al culmine, all’altezza di 167 metri. È così l’edificio in muratura più alto d’Europa. Il cantiere durò 25 anni e l’edificio prese il nome dal suo autore, Mole Antonelliana. È il monumento simbolo della città di Torino.

 

Nel 1942 la città di Torino mette a disposizione alcuni locali del Museo Nazionale del Cinema, nato nel 1941 da un progetto di Maria Adriana Prolo, alcuni locali della Mole, dove poter esporre il materiale raccolto. Il Museo così come lo si può visitare oggi, è stato inaugurato nel 2000, su progetto François Confino.

 

Casa Scaccabarozzi  

 

Fetta Di PolentaLa strana pianta dell'edificio Scaccabarozzi situato nel borgo Vanchiglia a Torino, è dovuta alla prosecuzione, avvenuta nella prima metà dell'Ottocento, di via dei Macelli (ora chiamata via Giulia di Barolo) verso corso San Maurizio, e al relativo taglio obliquo del lotto. Il lotto era occupato dalla casa Colomba che venne letteralmente tagliata. Sul piccolo terreno di forma triangolare rimaneva quindi in piedi, oltre al muro di confine, un tratto di parete lungo il viale largo poco più di 4 metri.

 

Nel 1856 i proprietari, i fratelli Magistrini, chiusero le due pareti già presenti con un muro ricavando così una casetta di 3 piani fuori terra.

 

Nel 1859 il piccolo edificio venne acquistato da Francesca Scarabotti, moglie dell'architetto Alessandro Antonelli, il quale chiese l'autorizzazione a soprelevare l'edificio di 2 piani coronati da un frontone. Nel corso dei lavori, che terminarono nel 1884, l'architetto trasformò radicalmente il progetto iniziale, sostituendo il frontone con un ulteriore piano attico. L'edificio presenta così 6 piani fuori terra e 2 piani sotterranei collegati da una piccola scala a forbice in pietra, è lungo 16 metri su via Giulia di Barolo, nemmeno 5 metri su corso San Maurizio e solo 54 centimetri dalla parte opposta a quella del corso.

 

Il piano terra è bugnato, i balconi dei piani superiori sono aggettanti. Il cornicione più basso segna il punto dove si innesta la sopraelevazione progettata da Antonelli, tra il terzo e il quarto piano; un altro cornicione si trova tra il quinto piano e l'attico.

 

Il sesto piano (l'attico), è marcato da un ballatoio continuo che corre ininterrottamente lungo i lati delle facciate che danno su via Giulia di Barolo e su corso San Maurizio. Nel lato lungo 54 centimetri si trova la canna fumaria.

 

L'altezza complessiva dell'edificio è di 24 metri.

 

Grazie alle sue profondissime fondamenta riuscì a resiste all’esplosione del Polverificio di Borgo Dora nel 1851 che lesionò molti edifici della zona, e al terremoto del 1887 che rase quasi completamente al suolo il quartiere.

 

La casa Scaccabarozzi viene comunemente chiamata “fetta di polenta” per la sua forma inusuale e per il colore giallo delle pareti esterne. Oggi ospita una galleria d'arte ed è possibile visitare l'edificio anche al suo interno.

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