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È morto Ezio Bosso, il pianista che sapeva volare

Fabio Botto
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Ezio Bosso è la persona più rock’n’roll che abbia mai conosciuto. Non c’entra la musica, c’entrano lo spirito di contraddizione, la passione, la lotta contro giudizi e pregiudizi, la libertà intellettuale. Ezio Bosso era un uomo libero, era riuscito a liberarsi anche dal nemico più insidioso, che non era la malattia neurovegetativa di cui soffriva da quasi dieci anni, ma il successo. Quello grande, di massa, quello di Sanremo. Ezio se ne è andato nella sua casa di Bologna a 48 anni.

Ci eravamo visti in una piola dalle parti di Palazzo Barolo, la sua casa torinese dove teneva lezioni di musica che chiamava «Studi aperti», in cui suonava e condivideva il pianoforte con studenti, musicisti, appassionati. Sarebbe partito per il Festival 2016 il giorno dopo e l’idea di salire su quel palcoscenico come un malato lo preoccupava più di ogni altra cosa. «Non mi lascerò strumentalizzare – mi aveva detto – non permetterò a Carlo Conti di spingere la carrozzina, le domande sulla malattia le rispedirò al mittente». Tutti ricordano come andò a finire, l’ascolto alle stelle, milioni di italiani che improvvisamente interrompevano il salto continuo da un canale all’altro, si fermavano su Sanremo e si dimenticavano perfino di twittare (questo era il dato che lo rendeva più orgoglioso, aveva fermato i social network!) per ascoltare una persona che non avevano mai ascoltato prima, una musica che non si era mai sentita in televisione.

https://www.provincia.biella.it/

Ricordo anche il primo incontro, avvenuto nel 2013. Due anni prima era stato operato al cervello e aveva scoperto di soffrire di una malattia neurodegenerativa che non era Sla (lo precisava sempre). Era piombato nel buio, come diceva, aveva dovuto reimparare a parlare, perfino a suonare. E così – mi disse allora – aveva scoperto come siamo belli, noi uomini. Tutti. «Noi esseri umani siamo bellissimi, ma spesso, chissà perché, tendiamo a dimenticarcene.

Ho scoperto anche che non esistono storie brutte, ma solo tristi, o allegre. E che dobbiamo avere paura solo delle storie noiose. Ora parlo a fatica, non posso più correre, ma riesco ancora a suonare. E nel momento in cui metto le mani sulla tastiera volo lontano da ogni problema. Se prima provavo per dieci ore al giorno adesso dopo due mi devo fermare. Saranno contenti i miei vicini di casa».

In questi sette anni Ezio Bosso ha saputo volare, è diventato famoso, ha vissuto la popolarità da uomo libero (e rock’n’roll) qual era, ha pubblicato dischi, scritto musica, soprattutto diretto orchestre, che era poi la missione a cui si sentiva chiamato. Ha celebrato Claudio Abbado, dirigendo tanti musicisti abbadiani come lui a Bologna a cinque anni dalla morte del Maestro, e questa è forse stata la soddisfazione più grande.

Ha fatto televisione come voleva lui e ha detto moltissimi no alle infinite proposte che gli sono arrivate. Sapeva di avere poco tempo, lo diceva spesso, ci scherzava su (era ironico, gli spiaceva un po’ che non si capisse quasi mai dalle interviste), la sua grande forza veniva dalla disciplina quotidiana che la musica richiede. «Lotto per rimanere una persona, non diventare un personaggio», diceva. Hai vinto tu, Ezio.

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